
Ogni problema, in teoria, contiene una soluzione.
Ma se nessuna via d’uscita si rivela, forse l’impedimento non è il problema in sé, bensì il nostro sguardo—troppo ristretto, troppo timoroso di ciò che una vera soluzione potrebbe comportare.
Questa fiducia nella risolvibilità di ogni ostacolo nasce da un ottimismo razionale: un problema, se non ha soluzione, non è più un problema—è una sentenza.
E tuttavia, c’è un paradosso sottile: non trovi la via d’uscita? Forse non la stai cercando.
O, più sottilmente, hai cominciato ad amare il tuo problema. Lo coccoli, lo giustifichi, gli dai un nome. E lui, per riconoscenza, si stabilisce accanto a te.
Alla fine, non è il mondo a essere colmo di problemi: sono le persone a essersi specializzate nell’adottarli.
Il terremoto? Troppo tardi. Il traffico? Dovevi progettare un teletrasporto.
La crisi esistenziale? Magari è solo pigrizia filosofica.
Anche i problemi, va detto, sanno quando non sono più i benvenuti.
Ma finché li tratti con affetto, non se ne andranno.