Siamo abituati a pensare alla competizione come a un confronto con altri (rectius: contro altri!).
Chi arriva prima, chi guadagna di più, chi ottiene il risultato migliore.
Insomma: importa prevalere.
È una visione semplice, immediata, visibile.
Ma incompleta.
Possiamo battere gli altri e avere comunque fatto peggio di ieri.
Possiamo arrivare primi, ma in una competizione modesta, e avere offerto una prestazione mediocre.
Possiamo arrivare ultimi, ma con avversari eccezionali, e avere ottenuto il miglior risultato della nostra vita.
L’ordine di arrivo ci dice chi abbiamo battuto.
Non ci dice se siamo migliorati.
Questo non rende inutile la competizione con gli altri; al contrario, un avversario forte ci costringe ad alzare il livello.
Un collega capace ci obbliga a imparare, un problema difficile ci costringe a sviluppare capacità che non pensavamo di avere.
Gli altri sono importanti proprio perché ci mettono alla prova.
Ma è qui che cambia la prospettiva: da avversari diventano termine di confronto, stimolo, sfida.
Il vero confronto è con ciò che eravamo capaci di fare ieri.
Vincere, pertanto, non significa necessariamente avere migliorato; e perdere non significa necessariamente fallire.
La domanda non è “Chi ho battuto oggi?”, ma “Che cosa sono capace di fare oggi che ieri non ero capace di fare?”
È una misura più severa.
Ma anche più onesta.
Ci sarà sempre qualcuno più veloce, più competente, più ricco, più brillante o più esperto di noi.
E anche se un giorno riuscissimo a superarli tutti, rimarrebbe comunque un avversario.
Gli altri stabiliscono quanto è difficile la gara.
Ma il vero traguardo è appena oltre la persona che eravamo ieri.
La gara conta poco e nulla: conta solo se oggi fai un passo più avanti di ieri e … indipendentemente dal tipo di avversario!
Quindi la gara passa e finisce, ma il passo che fai oggi se è più avanti di ieri … bè, quello resta!