
“In Sicilia, quando facciamo qualcosa, la facciamo in grande o niente.
Ecco perché spesso non facciamo niente.”
(Pino Caruso)
Questa battuta è autoironia e contemporaneamente una verità profonda: in Sicilia (e non solo) esiste una naturale avversione per la mediocrità.
Fare le cose “a metà” è quasi un insulto al proprio orgoglio.
Il paradosso è che questo slancio verso la grandezza diventa spesso una trappola.
L’idea del “tutto o niente” porta a rimandare, ad aspettare il momento perfetto, i mezzi perfetti, le condizioni perfette — che raramente arrivano.
Così, ciò che nasce come desiderio di eccellenza, rischia di trasformarsi in immobilismo.
Eppure, in quell’immobilismo c’è anche una dignità particolare: quella di chi preferisce non iniziare piuttosto che fare male.
Un misto di orgoglio, estetica e fatalismo.
Il risultato è una lentezza che non è pigrizia, ma contemplazione: il tempo di osservare, riflettere, discutere — e poi, quando arriva il momento giusto, agire con forza e stile.
Non che i siciliani non facciano nulla, ma quando finalmente decidono di muoversi, lasciano un segno.