“Accattari un picciriddu”

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In siciliano si dice “accattari un picciriddu”: letteralmente, “comprare un bambino”.

Un’espressione che, a orecchie moderne, fa sorridere o disorienta.
Eppure, dietro quelle parole apparentemente improprie, si nasconde una storia linguistica precisa e un modo antico di guardare alla nascita.

Il verbo “accattari” non nasce con il significato di comprare.
Nella lingua antica e nel parlato popolare indicava soprattutto l’atto di ottenere, ricevere, procurarsi, prendere per sé. La radice è latina: “ad captare”, cioè afferrare, accogliere, fare proprio.
In questo senso, “accattari un picciriddu” voleva dire ricevere un bambino, accoglierlo nella propria vita e nella propria famiglia. Non acquistarlo, ma averlo.

La nascita, infatti, non era vissuta come un fatto tecnico o amministrativo, ma come un dono. Qualcosa che arriva. Qualcosa che si riceve. La madre non “produceva” un figlio: lo accoglieva.
Il linguaggio, come spesso accade, rifletteva questa visione.

Col tempo, il significato dominante di “accattari” si è spostato verso “comprare”, ma l’espressione è rimasta, soprattutto nel parlato, e tutti continuano a capirla quando si parla di bambini.

Anche se, per chi la sente da piccolo oppure per la prima volta, può creare qualche equivoco.

C’è chi ricorda di aver chiesto alla nonna se i bambini si comprassero davvero, e di aver ricevuto una risposta serissima: “Certo. All’Upim.” Per un po’, quella spiegazione aveva perfettamente senso. Mentre le amichette parlavano di cicogne e cavoli, qualcuna era convinta che bastasse sapere il reparto giusto.

Qualcun altro ricorda una frase detta con naturalezza: “La zia Maria accattau un picciriddu.” E la domanda immediata, inevitabile: “E quantu ci custau?” Perché, quando le parole sono prese alla lettera, la logica fa il suo lavoro.

Oggi, a ben vedere, l’espressione relativa ad un costo sembra persino tornare attuale.

Tra visite, ecografie, esami, controlli continui, ginecologi, corredini e spese varie, “accattari” un figlio è diventato davvero un percorso costoso. Non per cinismo, ma per semplice constatazione. Un tempo bastava una levatrice, poche visite, e molta esperienza tramandata. Oggi il percorso è più sicuro, ma anche più oneroso.

C’è anche chi racconta di aver sentito per la prima volta questa frase davanti a un ospedale. “Unni si ccattunu i picciriddi?” La domanda, senza contesto, può far sembrare che si stiano chiedendo dettagli sul traffico di esseri umani! Per fortuna, spesso c’è una madre o una nonna pronta a tradurre non solo le parole, ma il mondo che ci sta dietro.

Qualcuno ipotizza anche un’influenza del francese “accoucher”, partorire. Può darsi. Le lingue si parlano tra loro da secoli, soprattutto in Sicilia. Ma anche senza cercare un’origine esterna, l’espressione regge da sola, perché è coerente con un’idea profonda: un figlio non si fabbrica e non si possiede. Si riceve. Si accoglie. Si prende con sé.

E forse è per questo che “accattari un picciriddu” continua a vivere.
Perché, dietro l’ironia involontaria, conserva un rispetto antico per ciò che davvero conta.

1 commento su ““Accattari un picciriddu””

  1. “La zia Maria accattau un picciriddu” …. “E quantu ci custau?” … uno spettacolo degno di sorrisi oltre agli effettivi costi che attualmente possono gravare durante la gravidanza.
    In Toscana, specialmente nel Fiorentino, le stesse espressioni sarebbero “la zia Maria ha avuto un bambino” – AVUTO, quasicome se le fosse stato portato, consegnato, forse anche lasciando intendere “pagato, comprato” – al che, vero l’acquisto, direi che la risposta potrebbe essere la stessa del dialetto Siciliano!

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