Cui veni appressu, cunta li pedati

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(Chi viene dopo conta le pedate)

Questo proverbio siciliano è una perla di saggezza popolare intrisa di amarezza, realismo e una certa vena sarcastica.

Letteralmente, significa che chi arriva dopo dovrà fare i conti con le impronte lasciate da chi è passato prima—ma il senso metaforico è ben più profondo.

Si riferisce a chi, agendo nel presente, non si preoccupa delle conseguenze future delle proprie azioni, lasciando a chi verrà dopo il compito ingrato di rimediare ai danni.

È una critica tagliente verso chi vive nell’immediatezza del proprio interesse, incurante del lascito, dell’eredità, o semplicemente del disastro che sta generando.

È l’eco contadina di un’etica della responsabilità intergenerazionale, formulata però in forma cinica: chi verrà dopo si arrangi.
Un “me ne lavo le mani” ante litteram.

Nell’economia della frase, «cunta li pedati» diventa una metafora durissima: chi viene dopo dovrà contare i colpi, raccogliere i cocci, fare l’inventario dei danni.
Le “pedate” non sono solo orme, ma anche calci ricevuti, tracce di malgoverno, sfruttamento, incuria.

Il proverbio si presta anche a una lettura moderna, sia in chiave ecologica (la crisi climatica lasciata ai posteri), sia in chiave economica (debiti pubblici, sprechi, riforme mancate), sia perfino nella gestione familiare o aziendale.

In breve, chi vive solo per sé, lascia ai posteri un conto salato.
E chi verrà dopo, non troverà tracce da seguire, ma cicatrici da rimarginare.

Una versione più colta del detto, ma con lo stesso spirito, potrebbe essere: «Après moi, le déluge» – attribuita a Luigi XV, oppure: «Non ci sarà nessun dopo, per me basta l’adesso» – filosofia implicita di molti.

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