I tormenti della guerra attraverso lo sguardo della poesia di Quasimodo

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Oggi sento il bisogno di riflettere sugli orrori della guerra, un tema che negli ultimi giorni mi pesa più del solito, mentre seguo le notizie.

Il pensiero mi ha riportato a una poesia potente scritta nel 1946 dal poeta italiano Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura.
Titolata “Alle fronde dei salici”, è un’esplorazione struggente del costo umano della guerra.

La poesia di Quasimodo fu profondamente influenzata dalla sua esperienza nella Seconda guerra mondiale e dalla Resistenza italiana.
“Alle fronde dei salici” fa parte della raccolta Giorno dopo giorno e trae ispirazione dai drammatici eventi dell’occupazione nazista e dalla successiva lotta per la liberazione.

Il poema richiama il Salmo 137 dell’Antico Testamento, dove gli Israeliti esiliati, incapaci di cantare i loro inni in terra straniera, “appesero le cetre ai salici”.

Allo stesso modo, Quasimodo si chiede come possano i poeti creare arte nel mezzo degli orrori della guerra:

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Le parole di Quasimodo dipingono un quadro vivido della devastazione e della sofferenza causate dalla guerra.

Sono un severo monito sul costo umano dei conflitti e sulla forza duratura della poesia nel dare voce a chi non può più parlare.

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