Ieri sera sono stato a cena con un collega.
Vorrei chiamarlo amico. I segnali di affinità intellettuale e umana ci sono tutti, ma la distanza geografica ci ha finora impedito di approfondire la conoscenza.
Finalmente siamo riusciti a organizzare una cena. Un rito molto italiano, e forse ancora di più meridionale, come entrambi siamo. Un rito indispensabile per conoscersi davvero.
Queste sono le serate che desidero: serate in cui la socialità non è un obbligo, né una riunione di lavoro mascherata da svago, ma un momento autentico di condivisione fra persone che stanno bene insieme.
Per secoli l’amicizia è nata quasi spontaneamente.
Le persone vivevano e lavoravano nello stesso luogo. I colleghi erano spesso anche vicini di casa.
Dopo il lavoro si andava al bar, all’osteria, in piazza. Si mangiava insieme, si discuteva, si litigava e si faceva pace. Le relazioni avevano il tempo di crescere giorno dopo giorno.
Oggi il mondo è molto diverso.
Lavoriamo con clienti dall’altra parte del Paese o del pianeta. Collaboriamo quotidianamente con persone che vediamo soltanto attraverso uno schermo. Abbiamo centinaia di contatti e pochissime occasioni di incontro reale.
Le nostre giornate sono piene di comunicazione, ma spesso povere di presenza.
Paradossalmente, non siamo mai stati così connessi e, allo stesso tempo, così distanti.
Per questo considero preziose queste occasioni.
Non perché siano rare in senso assoluto, ma perché richiedono una combinazione sempre più difficile da ottenere: tempo libero, vicinanza geografica, disponibilità reciproca e desiderio di stare insieme.
Una volta queste condizioni si verificavano quasi automaticamente.
Oggi devono essere costruite e difese, ecco perché non bisogna lasciarsele sfuggire.
Una cena fra amici, una conversazione che continua oltre l’orario previsto, una risata attorno a un tavolo: sono momenti apparentemente semplici, ma rappresentano qualcosa che sta diventando sempre più raro.
La tecnologia ci permette di lavorare insieme.
La presenza ci permette di diventare amici.
Mentre scrivevo queste parole, mi è tornato in mente un vecchio articolo che avevo scritto e non avevo voluto pubblicare: era tecnicamente completo, ma sentivo che gli mancava qualcosa.
La riflessione di oggi gli ha dato una profondità nuova.
L’articolo iniziava con un proverbio siciliano:
“Non c’è sconfitta nel cuore di chi mangia.”
In Sicilia non è soltanto un modo di dire. È un fatto culturale.
Mangiare non è un gesto funzionale. È un rito, è comunità, è normalità.
Il cibo accompagna la vita. E la vita non è mai lineare: contiene il bene e il male, il bello e il brutto, le salite e le cadute.
Tutto passa, tutto cambia, tutto si complica.
Ma la tavola resta.
Sedersi a tavola è un gesto semplice, ma non banale. È una sospensione.
Per un momento il tempo smette di correre con la sua urgenza abituale. Le preoccupazioni non spariscono, ma perdono presa. Si crea uno spazio diverso, dove si può respirare, parlare e ascoltare.
E soprattutto, si è insieme.
La comunità riunita attorno a una tavola non risolve i problemi, ma cambia il modo in cui li guardiamo.
Li ridimensiona.
Li rende condivisibili.
Ci ricorda che non siamo soli dentro ciò che stiamo attraversando.
In questo senso, mangiare diventa molto più che nutrirsi.
Significa restare dentro la vita, anche quando la vita non è favorevole.
Significa scegliere di non ritirarsi.
Qui sta il punto.
La sconfitta non è nel dolore, né nella difficoltà, né nell’errore.
La sconfitta è nell’isolamento, nella chiusura, nel rifiuto di partecipare.
Chi continua a sedersi a tavola, chi continua a condividere il pane, il tempo e la conversazione con gli altri, non è sconfitto.
Può essere stanco. Può essere preoccupato. Può essere ferito.
Ma non è fuori dal gioco.
Perché finché c’è posto a tavola, c’è ancora relazione.
E finché c’è relazione, c’è ancora vita.
Dopotutto, forse il proverbio non parla del cibo.
Parla delle persone che siedono attorno alla tavola.
E dove ci sono persone, amicizia e comunità, la sconfitta non attecchisce.
L’amicizia costituisce uno dei valori fondamentali della nostra identità. Le tue riflessioni rilevano pienamente la predetta valenza…
Circa il proverbio siciliano, apprezzo le diverse considerazioni ma il significato che gli do ha una sfumatura diversa:
“Finché si ha appetito e si può godere di un buon pasto, si trova sempre la forza e il buonumore per andare avanti”
Un proverbio veramente bello e vero … forse profondamente italiano.
La tavola è il luogo dove la vita torna comprensibile, non perché risolva i problemi, ma perché li ridimensiona con il cibo e con il piacere di stare assieme, spesso necessario e condivisibile, ricordandoci le nostre imperfezioni e fragilità … restando sempre vivi!
Riunirsi a tavola non risolve i problemi, ma cambia il modo di guardarli e talvolta li ridimensiona.
È un atto di fiducia nella vita, negli altri, e in sé stessi … come dire: “nonostante tutto, anche oggi mangiamo assieme.” e ci basta per ricominciare
Roberto, concordo pienamente con questa riflessione. Mi preoccupa sempre più la tendenza a vivere relazioni fatte di messaggi, call e chat, senza mai trovare il tempo di incontrarsi davvero. Siamo costantemente connessi, ma rischiamo di perdere la ricchezza della presenza.
Per questo una cena, una conversazione senza fretta, il piacere di condividere una tavola acquistano un valore speciale. Bellissima la tua conclusione: finché c’è posto a tavola, c’è ancora relazione. E dove c’è relazione, la solitudine e la sconfitta trovano meno spazio.