Implicatura conversazionale

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L’implicatura conversazionale è uno di quei meccanismi invisibili che tengono insieme la comunicazione umana.
Non è ciò che diciamo, ma ciò che permettiamo all’altro di capire senza dirlo.

Il dialogo:
“A. Dov’è Carlo?”
“B. C’è una Volkswagen gialla davanti a casa di Anna.”

non funziona sul piano logico, ma funziona perfettamente sul piano umano.

Dal punto di vista strettamente formale, la risposta di B è irrilevante.
Non contiene alcuna informazione esplicita su Carlo.
Eppure A capisce. Perché?

Perché la conversazione non è un esercizio di logica proposizionale, ma un sistema cooperativo basato su ipotesi condivise.

Qui entra in gioco Paul Grice ed il suo Principio di Cooperazione.
Questo Principio non dice che gli esseri umani sono sempre collaborativi nel senso morale del termine; dice qualcosa di più sottile: quando parliamo, ci comportiamo come se lo fossimo.
Presumiamo che l’altro stia contribuendo in modo sensato alla conversazione.

Questa presunzione attiva un processo inferenziale.

A sente la risposta di B e ragiona implicitamente così:

  • B ha detto qualcosa che deve essere pertinente,
  • Per essere pertinente, deve avere a che fare con Carlo,
  • L’unico modo perché quella frase sia pertinente è che Carlo sia collegato a quella Volkswagen,
  • Dunque Carlo è probabilmente lì, o vicino alla casa di Anna.

Questo passaggio non è deduzione logica. È inferenza pragmatica.

Ed è qui che nasce l’implicatura.
Non è nel testo.
È nella relazione tra testo, contesto e aspettative.

Lo stesso vale per l’esempio dei “quattordici figli”.

Dire “Carlo ha quattordici figli” non esclude logicamente che ne abbia venti.
Ma chi ascolta interpreta “quattordici” come numero esatto. Perché?

Per la massima di quantità.

Se il parlante avesse informazioni più precise o diverse, le avrebbe fornite.
Non farlo suggerisce che quattordici è il numero corretto e completo.

L’implicatura, quindi, è una scommessa condivisa sulla razionalità dell’altro.
Funziona finché questa scommessa regge.
Quando non regge, nasce il fraintendimento.
O la comicità.

Molta comicità, infatti, consiste nel rompere intenzionalmente questa catena inferenziale.
Dire qualcosa che sembra rispettare le regole, ma in realtà le sabota.
L’ascoltatore costruisce un’implicatura… e poi scopre che era una trappola.

Esempio:
“A. Com’è andata la riunione con il cliente?”
“B. Il caffè era ottimo.”

L’implicatura naturale è: “La riunione non è andata bene.”
Perché, seguendo la massima di relazione, B avrebbe dovuto parlare della riunione.
Il fatto che parli del caffè segnala che quello è l’unico elemento positivo degno di nota.

La comicità nasce dal cortocircuito: una risposta apparentemente pertinente (si parla pur sempre dell’incontro), ma in realtà evasiva.

Tradotto in linguaggio organizzativo: quando il contenuto è debole, si valorizza il contorno.

Altro esempio:
“A. Hai studiato per l’esame?”
“B. Ho aperto il libro.”

L’implicatura naturale è: “Sì, almeno un po’ ho studiato.”
Ma il contenuto letterale è perfettamente compatibile con una scena molto diversa: libro aperto, sguardo perso, telefono in mano.

La comicità nasce esattamente qui: nella distanza tra ciò che inferiamo e ciò che è realmente garantito dalle parole.

Dal punto di vista della leadership e del business, questo meccanismo è tutt’altro che teorico.

Gran parte delle comunicazioni organizzative vive di implicature:

  • “Vediamo” spesso significa “no”,
  • “Interessante” può significare “non mi convince”,
  • “Ci aggiorniamo” può significare “non se ne fa nulla”.

Qui il rischio è evidente.

In contesti informali, l’implicatura accelera la comunicazione.
Riduce il costo cognitivo. Permette di dire molto con poco.

Ma in contesti complessi, multiculturali o ad alta responsabilità, diventa un rischio operativo, perché presuppone una condivisione di contesto che spesso non esiste.

Un ingegnere tedesco, un manager italiano e un cliente polacco possono usare le stesse parole e costruire implicature completamente diverse.

Risultato: allineamento apparente, disallineamento reale.

Per questo, nelle organizzazioni strutturate, la comunicazione efficace richiede un equilibrio:

  • abbastanza implicatura da mantenere fluidità,
  • abbastanza esplicitazione da garantire allineamento.

In altre parole, la leadership comunicativa consiste nel sapere quando lasciare che l’altro “capisca da sé” e quando, invece, togliere ogni spazio all’interpretazione.

Perché l’implicatura è uno strumento potente, ma come tutti gli strumenti potenti, funziona solo nelle mani di chi ne conosce i limiti.

E spesso, il vero problema non è ciò che viene detto, ma ciò che tutti danno per scontato.

2 commenti su “Implicatura conversazionale”

  1. Il “Principio di cooperazione” esternato da Paul Grice e la logica della “Pertinenza”, elaborata da Sperber e Wilson, sono due teorie che si completano. La “cooperazione” dice che, spesso, non siamo collaborativi nel parlare, ritenendo che l’altra persona comprenda esattamente quanto diciamo e senza false interpretazioni. La “pertinenza” permette invece la scelta della risposta. Quanto riportato nell’articolo è un chiaro esempio di regole relativamente conosciute e altrettanto poco applicate nella quotidianità.

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