“Qualsiasi macchina produce fumo, se la usi abbastanza male.”
Davvero, l’essenza dell’innovazione umana risiede nella nostra capacità di trasformare anche il più innocuo dei macchinari in uno spettacolo pirotecnico improvvisato.
Prendiamo il tostapane, umile strumento progettato per dorare il pane.
Eppure, con un tocco di ambizione mal riposta — o forse di pura negligenza — può diventare un araldo del caos, sprigionando nuvole acre come una piccola rivoluzione industriale in salotto.
O la stampante dell’ufficio, simbolo assoluto della monotonia.
Nelle mani sbagliate trascende la sua funzione, fumando con la passione incendiaria di chi si ribella alla stampa fronte-retro.
Questa è la condizione umana distillata in una verità ironica: dateci una macchina perfettamente funzionante, e noi troveremo un modo per farla diventare una macchina del fumo.
Perché cos’è il progresso, se non la capacità di trasformare oggetti quotidiani in minacce esistenziali con un semplice interruttore o un attimo di distrazione?
E non dimentichiamolo: questa alchimia dell’errore non è limitata alle macchine.
Forse anche noi siamo macchine del fumo nel grande ingranaggio della vita, emettendo fumo metaforico attraverso decisioni operate male.
Un promemoria poetico che, proprio come le macchine che costruiamo, siamo sempre a una cattiva idea di distanza da una spettacolare disfunzione.