Un caro amico si è trovato, oggi, dentro una situazione autenticamente pirandelliana.
Un attacco informatico gli ha fatto perdere il suo principale account sui social, quello attraverso cui dialogava con il mondo. L’account era legato a un alias, e la piattaforma social non gli riconosce la paternità del profilo, perché non esiste un modo ufficiale per dimostrare che quell’identità digitale corrisponda davvero a una persona reale.
In fondo, non esiste una carta d’identità degli alias.
Eppure, in quell’account il mio amico si riconosceva. E gli altri riconoscevano lui. Attraverso quel profilo comunicava, rifletteva, si esponeva. Non si nascondeva: il suo nome reale era noto a chi lo frequentava. Ma quella forma, quella maschera, la sentiva sua.
Ora quella maschera è caduta. E lui ne soffre.
Il mio amico è una persona mite, riflessiva, saggia. E io non posso fare a meno di leggere tutto questo attraverso lo sguardo di Pirandello: ha perso la sua maschera e, insieme ad essa, una parte delle sue usuali connessioni con il mondo.
Pirandello ci ha insegnato che indossiamo maschere diverse a seconda delle situazioni e delle relazioni in cui siamo immersi.
Lo facciamo spesso senza accorgercene, sospinti dalle aspettative degli altri, dalle convenzioni, dai ruoli che ci vengono addosso come abiti già cuciti.
Adattiamo il nostro comportamento in continuazione.
Crediamo di essere una persona sola e coerente, ma veniamo percepiti in mille modi diversi.
Ognuno ci interpreta attraverso la propria storia, la propria sensibilità, i propri filtri.
E ciascuna di queste immagini contiene un frammento di verità.
Nessuna, però, è più “vera” delle altre.
Il mio amico oggi si scopre improvvisamente senza quella maschera che sentiva come propria. Ed in quella nuova non si sente a suo agio. Per questo ha la sensazione di essere diventato, all’improvviso, “uno, nessuno e centomila”.
Con questa consapevolezza arrivano anche la solitudine e quella inquietudine profonda che nasce dal sentirsi fondamentalmente incompresi.
E, in questo caso, persino esposti, feriti, attaccati anche sul piano informatico.
Nel romanzo “Uno, nessuno e centomila”, Pirandello racconta la tragedia di un uomo che tenta disperatamente di ricostruire un’identità coerente in un mondo che, per sua natura, la frantuma.
Vitangelo Moscarda scopre, quasi per caso, che l’immagine che gli altri hanno di lui non coincide affatto con quella che lui ha di sé stesso.
Da lì inizia una serie di tentativi, di esperimenti, di scosse date alla realtà, nel tentativo di salvare almeno un nucleo stabile della propria identità.
La storia di Vitangelo Moscarda è ambientata in un’epoca pre-digitale, eppure, oggi, quella frantumazione si è ancor più moltiplicata.
I social network rendono pubbliche e simultanee parti diverse, spesso incompatibili, della stessa persona.
L’identità diventa un flusso, una proiezione instabile, continuamente esposta allo sguardo e al giudizio altrui. Difendere un’immagine coerente di sé diventa sempre più difficile.
La crisi del mio amico non è solo tecnica. Non è soltanto la perdita di un account. È la perdita di una forma attraverso cui si era riconosciuto e si era fatto riconoscere. È una frattura identitaria. È, nel senso più profondo, una vicenda pirandelliana calata nella contemporaneità.
E forse è anche un promemoria per tutti noi:
le maschere sono fragili ed il volto, quello autentico, vive altrove.
Sta nella sostanza delle relazioni, non nei loro contenitori. Sta nella voce, non nel profilo. Sta nell’essere, non nella proiezione.