Piove, governo ladro

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Abbiamo trovato il colpevole prima ancora di aprire l’ombrello.
È una bella comodità: mentre gli altri cercano riparo, noi abbiamo già concluso l’inchiesta.

“Piove, governo ladro” è una delle formule più efficienti della nostra vita pubblica.
Tre parole, nessuna istruttoria, sentenza immediatamente esecutiva.
Funziona con qualsiasi maggioranza e non richiede aggiornamenti dopo le elezioni.

Eppure, secondo una delle spiegazioni tramandate, dietro questa apparente sciocchezza ci sarebbe stato un ragionamento piuttosto concreto.

Si racconta che i trasportatori di sale pagassero un dazio commisurato al peso del carico.
Quando la pioggia bagnava i sacchi, il peso aumentava, e con esso il tributo.
Nella versione più maliziosa, gli esattori avrebbero persino atteso il maltempo prima di procedere alla pesatura.
Una collaborazione fra cielo ed erario che il contribuente poteva comprensibilmente trovare poco edificante.

Il mercante, dunque, non avrebbe accusato il governo di far piovere.
Lo avrebbe accusato di guadagnare anche sull’acqua che gli cadeva addosso.

La storia è suggestiva e viene riportata anche sul sito dell’Università Federico II, in un contributo di Adriano Mazzarella.
Non basta, però, a stabilire con certezza l’origine del detto: mancano, in quella ricostruzione, gli estremi del dazio e la documentazione dell’episodio.

Sarebbe spiacevole inaugurare un articolo sul giudizio affrettato con un giudizio affrettato.

Esiste poi la versione accolta dalla Treccani: una manifestazione mazziniana a Torino, annullata dalla pioggia nel 1861, avrebbe ispirato al caricaturista Casimiro Teja una vignetta sul “Pasquino” e la celebre esclamazione.
Anche questa attribuzione ha incontrato obiezioni: il bibliografo Giuseppe Fumagalli dichiarava di non aver trovato la vignetta nell’annata indicata.

Lasciamo quindi aperto il fascicolo sull’origine.
Il significato che diamo oggi alla frase merita comunque qualche attenzione.

Prendersela con il governo perché piove è ridicolo.

Ma altrettanto sbrigativo sarebbe usare quella battuta per respingere qualsiasi domanda su ciò che accade quando piove.

Stiamo accusando qualcuno del temporale, oppure delle condizioni nelle quali il temporale ci trova?

La differenza è sostanziale.
Una precipitazione può essere eccezionale e superare anche sistemi ben progettati e mantenuti. Nessuna amministrazione può promettere l’abolizione del rischio.

Tuttavia, l’eccezionalità va misurata: non può diventare un aggettivo di servizio, disponibile a ogni allagamento.

Occorre sapere quanta acqua è caduta, in quanto tempo, su quale territorio; quali opere fossero presenti, in quali condizioni, con quali limiti conosciuti.
Occorre distinguere ciò che era ragionevolmente prevedibile da ciò che non lo era.
È un lavoro meno rapido di un’imprecazione e meno spettacolare di una conferenza stampa.
Ha però il vantaggio di poter servire a qualcosa.

La manutenzione, purtroppo, ha un difetto politico: quando funziona, spesso non si vede.
Un’opera che evita un danno offre poche immagini da mostrare.

L’emergenza, invece, dispone di un repertorio molto più ricco: sopralluoghi, stivali, dichiarazioni e l’immancabile promessa che tutto questo non dovrà più accadere.
Fino al prossimo appuntamento.

Qui, però, la satira deve rallentare.
Perché l’acqua merita una considerazione più seria dell’uso che ne facciamo nelle polemiche.

La invochiamo quando manca e cerchiamo di liberarcene quando arriva tutta insieme.
Fra le due cose c’è un’intera cultura da costruire: comprendere dove si raccoglie, come si muove, che cosa trascina, quanto possiamo utilizzarne e quanta dobbiamo restituirne all’ambiente in condizioni adeguate.

Una pioggia intensa non equivale automaticamente a una riserva disponibile.
L’acqua che scorre rapidamente sulle superfici impermeabili può alimentare un allagamento senza risolvere la scarsità dei mesi successivi.
Infiltrazione, accumulo e qualità dipendono dalle caratteristiche dei luoghi e dalla loro gestione.
Per questo siccità e allagamenti vanno affrontati entro una visione comune del ciclo dell’acqua.

L’acqua caduta dal cielo deve ancora compiere molta strada prima di diventare acqua utilizzabile.
Servono, secondo i casi, raccolta, protezione delle fonti, trattamento, distribuzione.

E dopo l’uso occorrono reti e depurazione: il mare non può essere il posto nel quale smettiamo di fare domande.

Sarebbe utile ricordarcene anche quando invochiamo la gratuità della natura.
La pioggia non presenta una fattura; le opere e il lavoro necessari a rendere disponibile l’acqua hanno invece un costo.

Proprio per questo abbiamo il diritto di chiedere come siano impiegate le risorse, quali risultati producano e quali problemi restino irrisolti.
L’intenzione è mettere in relazione competenze tecniche, scuole e cittadini, partendo dal territorio e guardando insieme alle acque di terra e a quelle del mare.
Raccogliere informazioni, renderle comprensibili, riconoscere ciò che sappiamo e ciò che dobbiamo ancora verificare.
Creare occasioni nelle quali chi amministra, chi gestisce e chi utilizza l’acqua possa confrontarsi su domande precise.

Tutti possiamo contribuire a questo lavoro di conoscenza e di collegamento.
La progettazione delle opere e le decisioni restano ai soggetti competenti.
Il contributo civico consiste anche nel rendere più difficile che una questione complessa venga liquidata con uno slogan, qualunque sia la parte che lo pronuncia.

Coinvolgere i ragazzi ha, in questo, un valore particolare.
Significa abituarli a seguire il percorso dell’acqua oltre il rubinetto e oltre lo scarico; a chiedere da dove provenga e dove finisca.
Sono domande semplici soltanto finché non si cerca di rispondere bene.

Anche noi cittadini abbiamo qualcosa da fare: usare con attenzione la risorsa, rispettare gli spazi che consentono all’acqua di muoversi, segnalare i problemi e seguire le risposte.
Le responsabilità sono diverse per poteri, mezzi e competenze.
Riconoscerle richiede più precisione di un generico “è colpa di tutti”, formula che riesce spesso nel miracolo di non lasciare responsabile nessuno.

Possiamo continuare a dire “piove, governo ladro”.
Sarebbe un peccato rinunciare a una battuta così ben collaudata.

Poi, però, chiuso l’ombrello, converrebbe aprire le carte: dati, manutenzioni, priorità, progetti, tempi e risultati.

Perché non possiamo stabilire quando arriverà il prossimo temporale.
Possiamo lavorare sulle condizioni nelle quali ci troverà.

2 commenti su “Piove, governo ladro”

  1. ovviamente anche io non saprei ma ritengo più esatta l’attribuzione dell’uso popolare che invertendo le parole modifica la sostanza della frase in quanto più efficace in un dialogo.
    Però è una spiegazione linguistica, non un fatto storico o documentato.

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  2. Roberto, sei riuscito a far piovere domande anche dopo che ha smesso di piovere! 😄 Battute a parte, il punto è proprio questo: non possiamo comandare il cielo, ma possiamo fare molto perché la pioggia non diventi un’emergenza annunciata…

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