Sei un buon ascoltatore

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Da qualche tempo mi sento dire spesso: “Sei un buon ascoltatore”.
La frase mi sorprende ogni volta.

Ho sempre ascoltato, certo, ma per molti anni non credo di avere meritato davvero l’aggettivo “buono”.
E non penso che questa nuova reputazione dipenda dall’età, che a volte porta a scambiare l’“anziano” per il “saggio”.

La ragione, forse, è un’altra: ho iniziato a scrivere e a pubblicare.
Da quando, quasi tre anni fa, ho preso l’abitudine di scrivere con regolarità, mi soffermo di più sul pensiero degli altri. Per rielaborare una conversazione bisogna prima assorbirla e lasciarla decantare.

Scrivere mi ha spinto a fare mia l’analisi altrui, invece di lasciarla scorrere via.
E così ho scoperto che ascoltare davvero richiede tempo: il tempo di capire, non solo di sentire.

Spesso non ascoltiamo bene perché abbiamo l’urgenza di rispondere subito, di essere brillanti e reattivi. È un riflesso professionale.

Scrivendo, invece, rispondo in seconda battuta.
Non dopo settimane, ma dopo un giorno o due: il necessario perché il pensiero maturi.

Questa breve distanza trasforma una replica impulsiva in una risposta ragionata.
E se qualcuno non può attendere nemmeno un giorno, probabilmente non cercava una risposta: cercava solo rumore.

Ascoltare bene, oggi, è quasi controcorrente.
Eppure è nella pausa tra ascolto e risposta che nasce il valore di una conversazione.

Scrivere mi ha insegnato a concedermi quella pausa — e, senza che me ne accorgessi, mi ha insegnato anche ad ascoltare davvero, e con piacere.

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