Storia dello sparatrap

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Storia dello sparatrap:
vita, morte e miracoli di un ausilio salva-vita e salva-onore

Lo sparatrap è una di quelle invenzioni nate per un motivo nobile e finite, come tutte le cose davvero utili, a risolvere problemi per cui nessuno l’aveva progettato.

Nacque in tempi in cui il “cerotto” moderno non esisteva ancora: si usava una tela intrisa di unguenti da avvolgere attorno alle ferite e tenere insieme l’essere umano quando la vita lo graffiava.

Prima di diventare l’eroe delle nostre cucine, delle cassette degli attrezzi e dei cassetti “dove-c’è-tutto-e-non-si-trova-mai-niente”, era dunque lo sparadrappo, dal francese sparadrap e dal latino medievale sparare drappum, “tagliare un drappo per lungo”.

In Sicilia, il nome si è trasformato in “sparatrappo” e, nella sua versione più affettuosamente colloquiale, in “sparatrap”. Presumibilmente perché, quando lo stacchi dalla pelle, produce quel suono onomatopeico perfetto, un misto fra un colpo di frusta e un rimprovero materno: SPARA-TRAP!  Una lingua può anche essere complessa, ma quando deve imitare il dolore di un cerotto tolto con troppa convinzione, diventa improvvisamente precisa.

Con il tempo, l’industria globale inventò il nastro adesivo moderno: tela, plastica, colla, glamour. Nacquero il 3M, l’inglesissimo Scotch Tape e poi il duct tape, materiale da astronauti, carrozzerie e condotti d’aria.

Ma il nostro sparatrap, rustico e testardo, non morì. Anzi: continuò a sopravvivere nei garage, in cucina, e nelle mani di chi doveva rattoppare la vita — o almeno l’onore — con un colpo di carta-colla.


Ricapitoliamo: in origine era solo una tela medicata, poi divenne una fascia adesiva e infine un simbolo di sopravvivenza domestica.

Per secoli lo sparatrap ha svolto il suo compito più semplice: tenere insieme l’essere umano quando la vita lo graffiava. Poi, come tutte le tecnologie davvero potenti, ha capito che poteva aspirare a molto di più. Dal Novecento in avanti, mentre l’industria raffinava i nastri adesivi moderni, lui allargava il proprio curriculum.

Lo abbiamo visto chiudere ferite, ma anche finestre che non volevano saperne di chiudersi. Proteggere dita, ma anche reputazioni. Fermare sanguinamenti, ma anche discussioni, con il classico: “mettici un po’ di sparatrap e non se ne parla più”.

Circola una storia non ufficiale secondo cui almeno tre sedie traballanti, cinque portiere d’auto e un numero imprecisato di libri scolastici siano sopravvissuti grazie a lui. E non esistono statistiche affidabili sugli oggetti “aggiustati” all’ultimo minuto prima dell’arrivo degli ospiti: territorio dove regna il silenzio, e lo sparatrap — come un gentiluomo d’altri tempi — non rivela mai i propri interventi.

Si dice che il test definitivo per capire se una casa è vissuta sia proprio la presenza dello sparatrap: se lo trovi, significa che lì dentro c’è gente che lotta, crea, sistema, previene catastrofi quotidiane.
Dove c’è sparatrap, c’è speranza.

È l’arma segreta del tuttofare del Sud:
“non è rotto, semplicemente non ha ancora ricevuto lo sparatrap giusto”.

E forse è per questo che, nonostante tutte le modernità, non è mai scomparso.
Lo troviamo in farmacia, nei cassetti, nelle borse, nei cruscotti delle auto: sempre pronto a ricordarci che gran parte della vita si risolve così, con un gesto rapido, un po’ di pazienza e un nastro che si attacca a tutto, tranne a ciò a cui dovrebbe.

Lo sparatrap non sarà sofisticato e non avrà un design scandinavo, ma rimane un piccolo miracolo quotidiano.
Salva la pelle. Salva le cose. E, nei momenti peggiori, salva pure l’onore.

2 commenti su “Storia dello sparatrap”

  1. Roberto, il tuo articolo è una delizia! Hai trasformato lo sparatrap — quel nastro nascosto nei nostri cassetti — in un eroe quotidiano, raccontandolo con ironia, intelligenza e un affetto che fa sorridere. Bellissimo il viaggio tra etimologie, ricordi di casa e piccoli disastri aggiustati all’ultimo minuto.
    Hai dato poesia a un oggetto umile e ci hai ricordato che, in fondo, nella vita funziona tutto più o meno così: un colpo di fortuna, un po’ di pazienza… e lo sparatrap giusto. Bravo davvero!

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