“Sono un uomo povero ma buono, e ho buoni amici”

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Trent’anni fa, nel pieno della stagione dei grandi processi contro la mafia, accompagnai un amico francese all’udienza di un maxi-processo.

Era un medico, ospite a casa mia durante una vacanza in Sicilia, e aveva espresso il desiderio di vedere con i propri occhi cosa accadesse realmente in un’aula giudiziaria italiana, teatro di uno di quei processi di cui parlavano i telegiornali di tutta Europa.

Durante l’udienza era in corso l’interrogatorio di un imputato.

Alla domanda sulle sue fonti di reddito, l’uomo dichiarò di essere povero, disoccupato e privo di beni. Il Pubblico Ministero gli chiese allora come facesse, in tali condizioni, a guidare una Ferrari.
L’imputato, con tono sereno, spiegò di averla acquistata vecchia e usata da un caro amico, a un prezzo talmente basso da potersela permettere.

Il PM, impassibile, incalzò: e la benzina? Le Ferrari non sono esattamente note per il loro consumo contenuto.
L’uomo replicò che si riforniva dal benzinaio del paese, un altro buon amico, che gliela regalava. E concluse, con apparente innocenza:
“Sono un uomo povero ma buono, e ho buoni amici.”

Il processo venne sospeso per una breve pausa tecnica. Durante quell’intervallo, alcuni imputati si avvicinarono al piccolo pubblico presente — composto quasi esclusivamente da parenti dei detenuti.

L’imputato interrogato sentì che stavo parlando francese: stavo traducendo e spiegando al mio amico quanto stava accadendo.
Mi chiese se fossimo giornalisti.
Gli spiegai che no, il mio amico era un medico, semplicemente incuriosito da ciò che in Francia si raccontava ogni giorno nei notiziari.

Fu in quel momento che l’uomo — un mafioso, come avrebbe confermato in seguito la condanna a vent’anni di carcere — mi rivolse un mezzo sorriso e disse:
“Pi canusciri un cristianu, s’annu a manciari setti sarmi di sali.”
(Per conoscere davvero una persona, bisogna mangiare insieme sette salme di sale.)

Lo disse a sua difesa, come a voler dire: “Non basta un interrogatorio per capire chi sono davvero.”
Ma quella frase, più che una giustificazione, era l’eco di un’antica saggezza popolare.

Quel proverbio siciliano ci ricorda che la vera conoscenza di qualcuno richiede tempo, condivisione, e vicinanza.
La salma — un’antica unità di misura siciliana, pari a circa 275 chili — rende concreta l’idea: sette salme di sale non si consumano in fretta. Servono anni, vite intrecciate, momenti condivisi, difficoltà affrontate insieme.

Il sale diventa così il simbolo di ciò che davvero mette a nudo l’animo umano: il tempo passato fianco a fianco.
Il proverbio invita alla prudenza, alla sospensione del giudizio, alla profondità nei rapporti umani.

Perché solo camminando insieme, attraverso il peso del tempo e delle sue prove, si può davvero sapere chi si ha di fronte.

Anche quando siede sul banco degli imputati.

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